Gay & Bisex
Capo scout novello, innamorato del pisello
24.02.2026 |
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"Il suo cazzo era viscido e pieno di saliva, a cui lui aggiunse un paio di suoi sputi..."
Questa storia, più o meno romanzata, risale a quando ero un giovane capo scout, ormai una decina di anni fa. Poco più che ventenne, mi ritrovavo a organizzare un campo scout come responsabile, barcamenandomi tra documentazioni, burocrazia e permessi così faticosi che quasi facevano passare la voglia. Resistevo solo perché erano beghe necessarie per poter aprire il campo estivo e portare all'avventura i ragazzi della mia unità. Se tra di voi c'è qualche capo o ex capo scout sa di che parlo.Era giugno inoltrato e il caldo infernale non aiutava. A fatica riuscii a capire quali documenti era necessario spedire e quali no, con l'unico problema che la firma da apporre non era la mia, ma quella di uno dei due capi gruppo: ogni gruppo scout ne ha due, un uomo e una donna. Scrissi subito loro un messaggio e mi rispose Luciano, che per fortuna aveva un po' di tempo quel pomeriggio dopo il lavoro. Mi invitava a passare da lui un paio d'ore dopo per vedere insieme i documenti e firmarli.
L'idea non mi faceva impazzire. Luciano era un capo scout come a volte ce li immaginiamo: duro, a volte anche scorbutico, un uomo d'un pezzo che aveva salde opinioni e non invitava molto al metterle in discussione. Quando avevo fatto coming out in gruppo e avevo chiesto di diventare anche io un capo scout avevo temuto il suo giudizio, anche se come tutti gli altri mi aveva accolto senza nessun tipo di opposizione. In ogni caso, non c'erano molte altre soluzioni, così mi decisi e due ore dopo salii in bicicletta con i documenti nel mio zaino e mi diressi a casa sua.
Fino a quel momento, non era mai stato una persona che apprezzavo molto a pelle. Quello che seguì, però, mi diede modo di apprezzarlo eccome... soprattutto a pelle.
Luciano viveva in una villetta in centro, con la compagna Lidia, un'avvocata, entrambi sui cinquant'anni. Quando suonai mi aprì il cancello, posai la bicicletta nel cortiletto interno ed entrai in casa sua. Mi accolse subito un piacevolissimo fresco, dato dall'aria condizionata e dalla penombra data dalle tapparelle semichiuse. Le mie spalle scoperte (ero in canotta) rabbrividirono. Nemmeno sapevo bene di cosa si occupasse Luciano; so solo che avesse a che fare con l'informatica, ma che lui e la compagna se la passassero bene era evidente dalle dimensioni della casa a due piani e dallo stile di classe con cui era arredata.
"Ciao Filippo" mi sentii chiamare. Mi girai verso le scale che portavano al piano superiore. Per poco non rimasi a bocca aperta. Luciano stava scendendo le scale con un asciugamano stretto in vita, completamente nudo per il resto. Non l'avevo mai visto senza maglietta: non ha una statura imponente, credo di essere più alto io, ma ha due spalle larghe e un petto ampio che gli danno una postura da torello. Un pelo nero-grigio, dello stesso colore brizzolato della sua barba e dei capelli cortissimi, gli copriva i pettorali abbastanza ben definiti. Faceva nuoto e vela, mi ricordai. D'istinto feci saettare gli occhi verso i suoi piedi: piccoli, data la statura, ma proporzionati. Camminava scalzo per casa.
"Tutto bene? Grazie per essere venuto già oggi, così ci togliamo questa rottura subito e voi mandate subito tutti i documenti" mi disse, avvicinandosi. "Ogni anno inventano sempre nuove cazzate".
Si avviò oltre un piccolo arco facendomi cenno di raggiungerlo.
"Le scarpe?" gli chiesi.
"Lasciale pure là nell'ingresso. Anche le calze se non ti dà fastidio" mi rispose.
"Con il caldo che fa ho sudato tantissimo. Ti appesto casa" gli feci notare.
"Meglio l'odore che lo sporco" replicò. Capita l'antifona mi sfilai scarpe e calzini, apprezzando la sensazione fresca del pavimento sotto i piedi bollenti. Lo raggiunsi in quella che scoprii essere una spaziosa cucina, arredata con un chiaro tocco femminile. Il contrasto con il suo corpo e atteggiamento virile era quasi comico.
Un gran tavolone in legno occupava la stanza. Luciano mi indicò una sedia e si voltò verso la cucina.
"Hai sete? Vuoi un caffè? Qualcosa da bere?"
"Solo dell'acqua, grazie".
Luciano aprì il frigo e tornò verso di me con un paio di bicchieri. Li riempì, mentre io mi sedevo e sparpagliavo sul tavolo i vari fogli che mi ero portato.
"Ecco, questi sono i documenti che ho trovato. Ammetto che non ci ho capito molto. Alcuni fogli mi è sembrato di riconoscerli dall'anno scorso, quando se ne era occupato Guido: sono questi. Altri non li ho mai visti, ma li ho scaricati dal sito della regione, però non capisco quale sia quello giusto…" cominciai a illustrargli tutto quello che avevo trovato, cercando di capisci qualcosa, e indicandogli dove pensavo che dovesse firmare. Lui si avvicinò per osservare meglio: si chinò su di me al di sopra della spalla destra. Si appoggiò al tavolo: la sua mano dalle dita forti e maschili si stese davanti a me, le vene sul suo avambraccio stuzzicarono la mia fantasia mentre si gonfiavano sotto il suo peso, il calore del suo corpo attraversava il breve spazio che ci separava. La sua voce resa roca dal fumo suonava bassa vicino alle mie orecchie.
Ci confrontammo una decina di minuti, così vicini. Io mi facevo sempre più impacciato mentre andavamo avanti e lui mi faceva avvertire la sua presenza così marcata.
Mi resi conto con sorpresa che quella virilità travolgente aveva fatto rizzare il cazzo. Lo sentivo pulsare, duro e insoddisfatto, nei miei boxer sudati. Quasi mi sembrava di avvertirne l'odore che attraversava la stoffa, e mi imbarazzai ancora di più.
"…Filippo? Ci sei? Mi stai ascoltando?"
"Cosa? Ah sì sì, scusa, queste cose burocratiche mi confondono."
"Stavo dicendo che alla fine credo che le uniche carte che serve firmare siano questa e questa. Hai una penna?
"Una penna? Ah sì, sì, aspetta che la recupero dallo zaino…"
"Stai tranquillo, la prendo io. Si vede che hai altro per la testa". Si allontanò, tirandosi su. Mi sembrò quasi di tornare a respirare mentre la sua presenza si allontanava. Luciano scartabellò in un cassetto alle mie spalle, udii un fruscio e poi lo sentii tornare. Si mise a fianco a me, poggiando una penna nera sul tavolo. Mi girai a guardarlo per capire perché non l'avesse aperta per firmare.
Quasi mi strozzai.
Il suo cazzo mi sballonzolava davanti al naso. Era durissimo: svettava dritto verso l'alto. Era gonfio, leggermente ricurvo, scurissimo. L'asciugamano giaceva abbandonato a terra un passo più in là, dove l'aveva lasciato scivolare qualche secondo prima.
"Ma che cazzo fai?!" protestai. Spostai indietro la sedia e mi alzai di colpo. O almeno questa era l'idea. Perché Luciano afferrò fulmineo la mia sedia e la tenne piantata dov'era.
"Che fai, lo schizzinoso?" disse sorridendo. "Se è da dieci minuti che non riesci a pensare ad altro. O mi sbaglio? A ogni parola che dicevi ti tremava la voce…"
Deglutii. Era vero e lo sapevamo entrambi.
Luciano si afferrò il cazzo alla base. Lo mosse su e già leggermente, come per tentarmi. "Non hai ancora bevuto il tuo bicchiere d'acqua. Forse perché hai sete di altro?" Scappellò il pene, con un gesto invitante. La cappellona rossa sbucò, lucida di precum.
"Fanculo" pensai. Mi avvicinai e tirai fuori la lingua. Lui subito ritrasse la mano. Diedi una leccata profonda: dalla base fino in cima, lentamente, fino ad arrivare al glande, umido e leggermente salato.
Sentii un tremito alle gambe. Dio quanto è bello il momento in cui per la prima volta si assaggia un nuovo cazzo.
Cominciai a leccarlo e a succhiarlo. Lo riempii di saliva, massaggiando le palle e, quando le mascelle mi si stancarono, usai la mia saliva per lubrificare la cappella e lo masturbai per bene.
Il suo sospiro profondo mi fece tremare il cazzo. Non potei fare a meno di scivolare in ginocchio, prendendo a pompare con ancora più impegno. Luciano mi prese la testa fra le mani: con una mi strinse i capelli sulla nuca, l'altra la appoggiò alla mia testa, stringendomi in una morsa d'acciaio. Lento e deciso spinse il suo palo dentro la mia bocca, non fermandosi quando mi sentì soffocare; si spinse nella mia gola, fino in fondo, poi tornò subito più indietro, per tornare a riempirmi la gola un attimo dopo. Si trattenne lì, fermo; ebbi un conato, un altro, al terzo finalmente si ritirò lasciandomi respirare, sputacchiando. Lo guardai, con qualche lacrima involontaria ai lati degli occhi. Lui mi guardò senza dire una parola, si allontanò di qualche passo e ritornò con un canovaccio che prontamente mi legò attorno agli occhi. Non opposi resistenza, e ancora meno quando il suo cazzo rientrò nella mia gola, facendomi sgocciolare saliva su tutto il petto e sul pavimento. Luciano mi scopò la bocca, toccandomi il retro della gola e schiacciandomi il naso nel suo pelo; mi trapanava, senza lasciarmi mai andare, accompagnando ogni colpo con un piccolo grugnito, segno dello sforzo che imprimeva nelle spinte. Il fatto di non poterlo vedere mi obbligava forzatamente a concentrarmi unicamente sul tenere la bocca aperta e a trattenere i conati; finché, di colpo, non fui di nuovo libero. Il suo cazzo mi abbandonò lasciandomi vuoto. Ci mancò poco che lo inseguissi d'istinto, andando alla cieca. Tossicchiai, asciugandomi le lacrime che involontariamente avevo lasciato scivolare. Mi tastai la canotta: era un disastro, piena di saliva viscida che dal mento era scivolata giù imbrattandomi tutto.
Sentii il rumore di una sedia che si spostava e di lui che si accomodava. Me lo immaginai a gambe larghe davanti a me. Con una mano mi attirò a sé e mi schiacciò la faccia sul suo inguine, all'altezza delle palle. Erano zuppe della mia saliva, ma la cosa, invece che schifarmi, mi arrapò ancora di più iniziai a leccarle con ancora più impegno, come un forsennato. Erano pelose, sode, e mi ci tuffai con desiderio. Mi sentivo davvero animalesco.
Mi arrivò un ceffone. "Fai più piano. Goditele, cazzo. Trattale come meritano"
Obbedii, cercando di trattenermi. Con le mani gli accarezzai le gambe, i polpacci scolpiti, scendendo fino alle caviglie e ai piedi. Li massaggiai, godendo nel sentirli, duri, callosi forti. Poi sentii il rumore di un accendino che scattava, e, un attimo dopo, l'odore di una boccata di fumo. Mi immaginai dall'esterno: io, a quattro zampe, intento a leccare i coglioni gonfi di Luciano mentre lui si fumava una sigaretta distensiva!
All'improvviso squillò un cellulare. Il suo. Si allungò a prenderlo, spostandomi la faccia e poi riposizionandola dov'era.
"Guai a te se emetti un solo fiato, intesi?" mi disse, dandomi un buffetto, per farmi capire che stesse parlando con me. Mi fermai giusto il momento per annuire rapidamente e poi tornai a leccare con impegno.
"Ciao tesoro" disse, rispondendo al telefono. "Si, sono a casa, mi stavo preparando… certo che mi ricordo della nostra serata. Mi stavo occupando di una cosa per gli scout… lo so, è una questione che mi sta letteralmente facendo girare i coglioni" mi accarezzò la testa mentre pronunciava quelle parole "ma tra poco ho finito e ti vengo a prendere dopo a lavoro. Sì. Ti amo anch'io… e non vedo l'ora di aprirti quella fica calda che ti ritrovi dopo cena". Lui si fece una risata. "Ma sì, calma… loro non ti sentono, e poi lo sai che mi eccita immaginarti che arrossisci mentre sei in ufficio con quelle frigide delle tue colleghe. A dopo"
Luciano chiuse la telefonata. Potevo letteralmente sentire il mio cazzo gocciolare per l'eccitazione… non so cosa era scattato nella mia testa, ma in qualche modo mi sentivo fortunato anche solo a essermi usato così.
Si alzò, lasciandomi a bocca vuota.
"Tirati su, avanti" mi disse. Lo feci, barcollando, stordito. Mi afferrò e, senza violenza ma con decisione, mi girò verso il tavolo, afferrandomi i fianchi e appoggiandosi su di me. Sul mio culo. Insinuò una mano sotto la canotta… sotto il pantalone e i boxer. Vedendo che non opponevo resistenza, ma che anzi mi sporgevo leggermente indietro, abbassò il tutto lasciandomi a culo scoperto.
"Mi hai insalivato così tanto che non serve nemmeno lubrificare" mormorò. Appoggiò la cappella nel mio solco, facendola strusciare. Mi godetti ogni secondo di quel contatto intimo, stimolante, che mi mandava scariche elettriche lungo la schiena e al basso ventre. "Vuoi che entri?" mi chiese.
"Ma così? Senza nemmeno un preservativo?" balbettai.
"Ti sto chiedendo proprio questo." rispose.
Una lotta interiore si consumò in me. Mi ci vollero due secondi, infoiato com'ero. Mi appoggiai al tavolo, sporgendo il culo ancora di più verso di lui. "Vai" mormorai.
Non disse nulla. Luciano spinse. Cazzo, quanto spinse. Il suo cazzo era viscido e pieno di saliva, a cui lui aggiunse un paio di suoi sputi. Fece fatica: non importa quanto un cazzo sia lubrificato, nel momento in cui ti apre il culo è comunque doloroso. Gemetti. Lui spinse più forte. Io gemetti ancora, ma cercai di resistere. La sua cappella si fece strada in me…
E poi fu dentro. Cazzo, che spettacolo. Il mio buco si era allargato abbracciando il suo palo di marmo con un abbraccio perfetto, accogliente, caldo. La pelle contro la pelle mi fece godere come un maiale. Non resistetti e cominciai a smanettarmi con forza, rapidamente, man mano che le sue spinte diventavano più forti, più bestiali, più vicine all'orgasmo. Si chinò su di me, gocciolando il suo sudore su di me, sul mio collo, schiacciandomi la faccia sul tavolo… sbavai dalla bocca aperta, mentre sentivo che Luciano si sfogava nel mio culo…
Mi esplose nelle viscere dopo qualche minuto di cavalcata furiosa. I suoi grugniti e gemiti di piacere riempivano l'aria della cucina, il suo seme mi colmò il retto e dandomi una sensazione goduriosa che non avrei mai immaginato. Mi tenne le braccia strette per impedirmi di arrivare al piacere; poi piano piano si siflò da dentro di me, provocandomi un gemito di delusione nel momento in cui mi sentii svuotare della sua minchia. Lo sentii cadere sulla sedia.
"Puoi sbendarti ora" mi disse. Lo feci: era stravolto, virilmente a gambe aperte a guardarmi, respirando ansimante dalla bocca aperta. Io gli stavo davanti, a cazzo ritto, il culo spanato, la canotta completamente impiastricciata.
Accennò alla mia erezione. "Vuoi venire?"
Io annuii, stordito dalla voglia. Lui avvicinò con i piedi l'asciugamano che aveva indossato prima e lo allargò. "Puoi sborrarmi sui piedi" mi disse.
Mi lasciai cadere in ginocchio, per la seconda volta. Sentivo il suo sperma che mi gorgogliava nello stomaco; lo sentivo che si spostava verso il mio anellino allargato, solleticandolo e stimolandomi ancora di più. Avvicinai il pisello ai suoi piedi, segandomi in preda alla goduria. Luciano avvicinò la faccia alla mia e mi prese la parte inferiore della faccia, stringendola in una mano tra pollice e indice. "Non sai da quanto desideravo farlo" mi disse, guardandomi negli occhi. "Da quando mi sono reso conto che eri un frocio. Non solo gay, ma proprio un finocchio voglioso. Mi chiedo come facciano tutti a non vederlo… e a non voler approfittare di quelli come te. Basta sventolarvi il cazzo davanti e diventate dei buchi pronti a dare piacere." Mi soppesò con lo sguardo. "L'avevi già presi dei cazzi?"
"S-sì" balbettai, continuando a segarmi furiosamente.
"Ma qualcuno ti aveva mai sborrato dentro?"
"N-no, mai"
"Allora se sono il primo… vuol dire che ora sei marchiato da me" tenne gli occhi fissi nei miei. "Non importa chi ti sbatterà in futuro. D'ora in poi, tu sarai sempre mio."
Fu in quel momento che sborrai come un fiume sui suoi piedi davanti a me.
Luciano lasciò che l'orgasmo scemasse. Quando ebbi modo di riprendermi un momento, si alzò e mi invitò a fare lo stesso.
"Lì ci sono i documenti firmati" disse, improvvisamente di nuovo distante. Raccolse l'asciugamano mentre raccoglievo i vari fogli, evidentemente firmati mentre gli leccavo le palle. Non potei non accorgermi che alcuni, quelli che mi servivano, recavano tracce della mia saliva, di quando mi aveva schiacciato la faccia sul tavolo scopandomi.
Mi accompagnò alla porta e mi salutò in modo cortese ma quasi distaccato, augurandomi una buona serata come se non mi avesse appena riempito con un litro della sua sborra… la stessa sborra che sentivo pian piano scivolare fuori dal mio ano. Uscii da casa sua e, frastornato, pedalai verso casa.
Non avevo mancato di notare che aveva evitato di ripulirsi i piedi dopo che ci avevo sborrato sopra.
Ci ripensai tutto il resto della giornata. Quella notte, a notte fonda, mi arrivò un messaggio da parte sua. Conteneva una sola parola:
"Allora?"
Deglutii. Mi stava davanti un bivio.
Alla fine digitai una domanda innocente. Poi posai il telefono, con l'eccitazione che cominciava già a salire.
"Quando posso passare a farti firmare gli altri documenti che mi servono?"
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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